la primavera d’atene

Tsipras è stato un sogno. Forse ce lo siamo sognati, un’allucinazione di massa. Ricordo bene quando la prima volta vidi la sua faccia, pensai fosse da attore della Hollywood anni 50, che se l’avesse visto Billy Wilder forse lo avrebbe preso al posto di Jack Lemmon in Some like it hot, pensai che fosse una faccia di destra, perfetta a rappresentare un uomo dai profondi princìpi di sinistra.

20150821-213017.jpgL’ho votato alle Europee dello scorso anno un po’ sulla fiducia, non mi ero particolarmente informata a riguardo, ma sempre più mi sono convinta di aver fatto la cosa giusta, che era una persona che meritasse il voto mio e di quello dei greci, soprattutto.

Coi danni economici della Grecia e il buco-debito da decine di miliardi di euro, Tsipras si è sempre rivolto con onestà al suo popolo, cercando di dare dignità a una situazione che non ne aveva francamente molta.
Poi, a fine maggio, il mio coinquilino greco mi dice “devo andare in banca, devo andarci ogni giorno perché devo ritirare tutti i soldi che ho altrimenti la banca me li mangia, sta succedendo così in tutta la Grecia”.

Che stava facendo Tsipras? Un bel referendum per l’uscita dall’euro della Grecia. E in quei giorni l’entusiasmo era alle stelle, al di là dei partiti italiani che propongono tale soluzione anche per l’Italia, l’entusiasmo era per l’operazione politica in sé, e tutti noi idealisti sostenevamo la Grecia ricattata dalla Troika che inventa l’oligarchia dei capitali, la dittatura delle banche e della BCE e che impone austerità ai cittadini dell’Europa tutta per solvere una crisi in realtà interna al sistema bancario stesso, derubando propriamente molta gente dei propri risparmi di una vita. In Italia non siamo crollati, certo, le nonne ci hanno insegnato a foderare i materassi di soldi, ma la Grecia, a parità di corruzione dell’Italia, è andata giù a picco.
Eravamo entusiasti perché, nonostante qui in Italia saremmo rimasti a pagare il debito greco, finalmente qualcuno avrebbe insegnato la democrazia, concetto che l’Unione Europea sembra infatti ignorare (e a guardare a posteriori, così ha fatto), e non lo avrebbe fatto uno Stato a caso, non lo avrebbe fatto la Lettonia (non me ne voglia), lo avrebbe fatto la Grecia, culla della civiltà europea tutta e inventrice di ciò che oggi chiamiamo democrazia, o governo del popolo.
Il voto è schiacciante, la Grecia esce dall’euro. 

Ma che succede, dopo? Nei fatti non cambia niente, poiché infatti Tsipras apre i negoziati con l’Europa, il ministro delle finanze Varoufakis si dimette i primi di luglio; l’umiliazione continua mentre il sogno democratico si infrange. Le speranze, alimentate di soli ideali più che di fatti concreti, si infrangono come di solito accade quando si parla di politica sinistra, intesa come governo di popolo e rappresentanza dei cittadini.
Fino a ieri, quando Tsipras si è dimesso. Non poteva fare altro, era chiaro.
E allora le immagini di Tsipras che con la sua bella faccia tutta contrita e quasi invecchiata parla al popolo greco, dice di “avere la coscienza a posto”, benché il suo volto dica tutt’altro, spia di un senso di colpa per un’umiloazione che è stato inevitabile subire. 

Tutto ciò mi ha ricordato un altro grande evento di speranza politica, anch’esso naufragato miseramente: la Primavera di Praga del ’68 e la conseguente entrata nella città dei carri armati sovietici, a cui seguì il terribile discorso radiofonico dell’allora segretario del partito comunista ceco Dubček, fautore di quel “socialismo dal volto umano” di cui si faceva portatore nel suo Paese.
In particolare, nel libro L‘insostenibile leggerezza dell’essere, Milan Kundera fa ricordare a una dei protagonisti, mi sembra fosse Tereza, proprio quel discorso di Dubček, pronunciato in radio dopo che “Gli avevano ingiunto di considerarsi nuovamente un capo di Stato, lo avevano fatto sedere a un tavolo di fronte a Breznev, e l’avevano costretto a negoziare”. Discorso che purtroppo non trovo in rete, quindi dobbiamo affidarci alle parole di Tereza per ricordarlo: ci dice che “era ritornato umiliato e aveva parlato a una nazione umiliata”, nei propri ideali e che proprio per questa umiliazione non riusciva a parlare: “Non avrebbe mai dimenticato le sue interminabili pause a metà delle frasi. Era davvero esausto? Era malato? Lo avevano drogato? O non era che la disperazione?(…) In quelle pause c’era tutto l’orrore che si era abbattuto sul suo Paese”.
Certo, i termini per il paragone tra Tsipras e Dubček sono molto ampi, il secondo non si è dimesso ma è stato rimosso dalla guida del partito ed è andato a fare il manovale in Slovacchia; non ci sono stati carri armati di mezzo, ma l’umiliazione è rimasta la stessa, pesantissima. E credo anche lo stato d’animo di Tsipras, che nonostante se ne sia andato lasciando un margine di realistica speranza al suo Paese, non ci ha lasciato alcuna illusione a noi, immortali idealisti.

“Tutti quelli che erano lì ad ascoltare Dubček in quel momento lo odiarono. Gli rimproveravano il compromesso che aveva accettato, si sentivano umiliati dalla sua umiliazione e la sua debolezza li offendeva.”

http://video.corriere.it/gracia-tsipras-mi-dimetto-ho-coscienza-posto/8706c938-4765-11e5-aa5e-2130add6a46c

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arrogante – la me degli altri 

La rubrica “la me degli altri” la inaugurerei parlando degli aggettivi che mi hanno sputato addosso, belli o brutti, anche se credo prevarranno quelli brutti poiché la gente è creativamente stimolata dalla cattiveria mentre i buoni sentimenti si esprimono quasi sempre con le solite tre B “bella buona brava”.

Insomma inizierei con l’aggettivo che mi hanno assai affibbiato durante la prima parte di questo 2015 (sia chiaro, non è una difesa perché a)non me ne frega niente b)se qualcuno lo ha pensato significa che una me ha una parte di arroganza, o almeno a fronte di poca intelligenza d’interlocutore, come andrò a spiegare, tale si fa percepire).

Dovete sapere che il DAMS, qualsiasi esso sia (intendo anche battezzato con gli altri nomi che gli vengono dati anche se il concetto rimane sempre quello), pullula di gente di merda. Gente che c’è da stupirsi per come abbiano fatto a prendere un diploma per accedere a un corso di laurea. Gente di 30 e più anni e ancora là che neanche fosse Ingegneria Aerospaziale, e fanno pure i fighi a lezione e spacciano appunti a destra e a manca e tu ti chiedi “ma se sei così bravo/a, perché a quest’età stai ancora qui?”. Inoltre troverete nella gamma casi umani del DAMS: radical chic il cui unico intento è frequentare le lezioni non per cultura personale, ma per avere qualche perla in più da sfoggiare la sera col cocktail in mano per provarci meglio con qualche malcapitata tizia; fricchettoni coi miliardi che si fanno di qualsiasi cosa coi soldi di papino (vabbè, di costoro ci sarà da parlare…); gay e lesbiche che sembrano conoscere solo film e libri e fumetti &co a tematica LGBT perché sennò non parla di me e non mi sento rappresentata (questi sono comunque migliori); ragazzine in preda agli ormoni che parlano solo del ticcio che qualche sera prima le ha rimorchiate (per rimorchiate intendo proprio caricate a rimorchio sulle spalle e trascinate, con o senza il loro volere) in orribili posti tipo il Sodapop (luogo più squallido dell’Emilia, ma che dico Emilia, Italia probabilmente); rampolli dell’alta borghesia del centro e sud Italia finiti lì sicuramente a causa di qualche squilibrio psicologico pesante.

Insomma in mezzo a questo sfascio generazionale e alla becera ignoranza di cui la maggior parte dei miei colleghi si fa vanto (come se conoscere Lynch e Kubrik non fosse patrimonio dell’umanità ma roba per pochi eletti), cercare di mantenere una certa distanza intellettuale mi sembra cosa buona e giusta. Ma non perché io sia superiore, sia chiaro: io ho solo le idee chiare su che cosa voglio realizzare e come lo voglio realizzare. E non accetto compromessi su questo, quando lavoro e quando studio.

Ohimé, l’inferno sono gli altri, dice Sartre e disse anche il professore del laboratorio obbligatorio da 12 CFU buon Michele Mellara alla prima lezione. E già lì capii che sarebbe stato un casino, ma non per me, per gli altri: purtroppo non riesco a lavorare con gente che ti sgrana gli occhi con un certo stupore se nomini Kiarostami o Audiard (competenze che esulano dallo studente DAMS, lui si fa le seghe sui film di Sorrentino, ma solo perché ha preso un Oscar, e in casi più umani su Carlo Conti che conduce Sanremo 2015 con ospite Conchita Wurst).

Ora, capisco che il discorso appena fatto possa suonare snob e altezzoso, e sicuramente arrogante. Ma come la prendereste se, studiando matematica, si avesse a che fare con individui che non conoscono e sgranano gli occhi al sentire la formula   (a + b)2 = a2 + 2ab + b2; oppure uno di fisica che non ha mai studiato né capito le leggi della termodinamica? Di certo in questo caso non si parlerebbe di snobismo, ma di incompetenza. Ed è ciò con cui ho a che fare in università: individui incompetenti che vanno avanti grazie a sfrenato leccaculismo e menefreghismo, spalleggiati dall’ingenuità dilagante da parte dei professori, incapaci di comprendere dove ci sia conoscenza reale e dove si tratti di furbacchianesimo.

Non voglio fare di tutta l’erba un fascio: in Università circolano anche soggetti interessanti e competenti. Ragazzi che mi lasciano basita con le loro capacità mnemoniche, informatiche e tecniche (capire l’apertura di diaframma e fuoco in una reflex a partire dalla sola luce del giorno senza metadati né foto di prova è per me abilità straordinaria), o per la loro voglia di mettersi in gioco, qualsiasi gioco, che sia recitare in un cortometraggio di merda o che sia masterizzare un dvd.

Infatti non sono questi che mi tacciano d’arroganza.

Sono quelli che vogliono sempre una resa massima con uno sforzo minimo, senza dedizione, sempre pronti a puntare il dito e che stanno lì solo perché probabilmente hanno fallito altrove.

Parassiti che rendono la mia facoltà, i miei studi, la mia passione, vana agli occhi dei più e inutile dal punto di vista lavorativo, perché essi non si formano lì dentro ma PARASSITANO, mangiano sul lavoro altrui, e se possibile ti inculano in qualsiasi modo.

Io non sono arrogante in ultima istanza perché quando mi sono dovuta coattamente adeguare, mi sono adeguata. Perché quando c’è stato da imparare con umiltà, ho imparato. Perché non sputtano nessuno, ma individuo macchiette sulle quali mi piace ridere e riflettere. Perché non sento l’esigenza di pararmi il culo se dico la mia, anche su persone “intoccabili” della lobby DAMS come gli assistenti dei professori.

Prima di iscrivervi a qualsiasi DAMS o nel mio caso al CITEM dell’UNIBO pensate bene con che soggetti avrete a che fare, tra professori e studenti, e poi tirate le somme.

NB: Io sono una cazzona, sono la prima a voler cazzeggiare e andarmene al Pratello alla sera. E’ così che vivo i miei anni dell’università, ma sempre con una prospettiva: trovare ispirazioni per nuovi lavori. Quello è sempre nella mia mente, fisso. Quella la si trova tra le persone, non fra i libri, nei quali si rifugiano codesti individui per poter puntare il dito contro chi, forse, un minimo di talento lo potrebbe tirare fuori, per quanto le condizioni lì non siano AFFATTO favorevoli in questo senso.

#disciplinedisumanistiche

acidificatrici e casi mediatici

Non c’è molto da dire: è fine agosto e la gente in ferie tende a non ammazzarsi troppo tra di loro. Si fa d’obbligo per i giornalisti ossessionarci col poco che accade. Tra il duplice omicidio frank di Brescia, adolescenti e poco meno che muoiono come mosche nelle discoteche della penisola, non poteva mancare il caso strano. Che è quello di Martina Lavato condannata a 14 anni per aver sfigurato l’ex fidanzato con l’acido e del bimbo che ha partorito lo scorso Ferragosto, Achille. Da quel che ne ho capito, il padre è il complice dello sfiguramento e non lo sfigurato. E anch’egli condannato. Motivo per cui si vede necessità di dare questo bambino in affidamento a qualcuno o qualcosa. E qui l’Italia italietta italiota si spacca. Tra adozionisti, gente che crede che la maternità azzeri la colpa tipo veicolo di santità, donmazzisti che vedono bene pupo+mammacida entrambi in comunità da lui, presumibilmente in Trentino, tra Bibbia, ex eroinomani e caprette. “È assolutamente fondamentale che la madre possa allattare” dice il Don. E Martina è d’accordo, come non esserlo, 14 anni di carcere è roba lunga e di certo in comunità ci si diverte di più. Personalmente, credo che se il bambino fosse dato in affidamento sarebbe per lui probabilmente un bene, ma non vorrei che venisse trascinato suo malgrado in un gorgo mediatico e in una stasi giuridica per mesi e mesi e mesi. Perché per lui probabilmente significherebbe danni grossi all’educazione primaria, se non anche solo l’essere innocente vittima di un disastro familiare annunciato. Più passerà il tempo più sarà coinvolto lui e la sua appena iniziata vita in questa faccenda, e non credo sia giusto. 

Fatelo adottare è tutto quello che potete fare per lui. 

#dirittiaibambini

Ps. All’ex dell’avvocatessa sfigurata con l’acido Lucia Annibali hanno dato 20 anni lo scorso gennaio. Ero curiosa per dovere di cronaca. 

Vuoti di memoria

Dal Mistero

I vuoti di memoria sono le esperienze più affascinanti e più spaventose che l’uomo riesca a concepire e a provare. Sono così comuni, eppure così inauditi, così sottovalutati. Sono stimolanti perché, quando essi avvengono, la parte razionale del cervello di chi li sta subendo capisce, e bene, che qualcosa non sta rispondendo, che non sta venendo su, alla mente, alla luce, che qualcosa rimane omesso, celato dalla parte inconscia come se si trattasse di una caccia al tesoro nella quale si vincono i pensieri, i ragionamenti, i ricordi.
Dicono che la seconda fase sia il panico, quando si avverte che non si riesce ad afferrare più larghe parti della propria esistenza. Il terrore che la parte cancellata possa essere la parte più importante, la maggior parte, di quello che rende tale un essere umano. Poi si riemerge, si razionalizza, si pensa a quello che si credeva d’aver perduto, si controlla bene, che il cervello abbia rimosso soltanto un dettaglio, una data, un particolare. Ma chi dice che essi siano meno importanti della vita stessa? Non sono essi, poi, la vita stessa?
Mi è stato detto che, qualora il mio cervello dimenticasse qualcosa di importante, non proverei panico, perché non saprei neanche cosa fosse quello che non stessi ricordando, in una dimensione non patologica, si tende a cancellare solo le informazioni non fondamentali per il proprio viver quotidiano. Si passa semplicemente oltre, e l’unica cosa spiacevole sopraggiungerebbe dal momento in cui se ne dovesse parlare con qualcuno, di quell’evento rimosso, e non lo si trovasse più nel proprio archivio interiore. Gli eventi assumono quindi importanza soltanto in funzione delle conversazioni che vengono intrattenute su di essi? Eppure, più ci penso più mi rendo conto che, nella mia vita, i ricordi importanti, quelli che con maggiore sofferenza abbandonerei, sono quelli di cui mai ho parlato con qualcuno, e si connotano di senso e di significato proprio per il fatto che sono frutto di un’elaborazione completamente soggettiva, senza influenze altrui.
Ma è importante, ad un certo punto, esteriorizzarle, queste esperienze, e non solamente per timore di poterle perdere: una volta descritte assumono, infatti, un senso ancora nuovo, connotato da una parola più o meno calzante, che tuttavia, nel momento in cui l’evento di cui si parla è stato vissuto, non è stata mai pronunciata né mai affiorata alla mente di nessuno dei partecipanti. Questa è, infatti, la profonda dissociazione tra memoria e rievocazione: si reinterpreta sempre qualcosa nel momento in cui lo si porta fuori da se stessi. Scrivere quindi, non comporta un semplice rimembrare autobiograficamente dati analitici delle proprie vite, significa portarli su un piano astratto, superiore, significa donarli agli altri, o anche solo ad uno, a quell’uno che possa raccogliere le fila di una serie di sensazioni e grazie ad esse trasferirne delle altre.
Le relazioni umane ci plasmano completamente: danno vita a pensieri, parole, progetti, immagini, che altrimenti non troverebbero mai espressione alcuna rimanendo nel limbo tra il provato e il non provato, un dimenticatoio involuto e ascosto, come i vuoti di memoria: i rapporti con gli altri li creano e li svuotano di significato e gusto. E se è vero che l’altro è la violenza che attuiamo sul proprio corpo, il delimitatore della libertà personale, è fondato anche ogni tipo di masochismo, poiché viviamo di qualcosa che ci usa continuamente violenza, che ci fa male, che s’inserisce brutalmente laddove ci sono io e io soltanto.
Quando arriva il momento in cui s’inizia a prendere coscienza di ciò che si possa definire Mondo, se non in ogni istante, in ogni rielaborazione del vissuto ed ogni speculazione sul da vivere? Un amore, un vizio, una passione, l’inesperienza non è frutto della mancanza di eventi giacché a ognuno sono capitati più o meno lo stesso numero di fatti nella propria esistenza, bensì è frutto dell’assenza di speculazione sopra essi, la mancanza di suggestione in rapporto ad essi. La conoscenza fa giorno laddove c’era la notte, le parole dei grandi scrittori sono importanti da conoscere perché la loro grandezza sta proprio nella loro capacità di racchiudere in una parola, in una frase, un concetto che da sempre è dentro ognuno di noi, ma che nessuno di noi ha mai trovato il modo di esprimere, di inquadrare in maniera così illibata e perfetta, l’espressione conferisce l’identità, la circoscrive, la sancisce: se la parola amore non fosse mai stata scritta nessuno si sarebbe mai innamorato. Ma ciò non ci impedisce di cercare nuove vie, tentare nuove espressioni, ed è questo il motivo primo della necessità di scrivere, ed è questa la bellezza in sé della Vita e dell’Arte: gioia e dolore, condivisi, elaborati, trasmessi altrui.

storie semplici e banali

Una volta mi fecero l’oroscopo. Quello completo, quello che dice non solo la posizione del Sole nella data in cui sei nat*, ma anche quella degli altri astri del sistema solare. Uno dei più importanti nella definizione del carattere, mi spiegarono, è la posizione della Luna. Nel mio caso, la Luna era in Acquario.

Ora, io non credo molto agli oroscopi, specie quelli giornalieri, tanto che spesso mi diverto a ritrovare gli stessi oroscopi riproposti per più segni zodiacali a distanza di qualche giorno l’uno dall’altro nelle varie cronache quotidiane. Tuttavia, credo che l’oroscopo inteso come conformazione astrale del giorno che ci ha dato i natali abbia un qualsivoglia influsso sulla vita del nascituro.

E nella fattispecie, la mia Luna in Acquario mi sta molto simpatica. Delinea la figura di una donna indipendente ed estrosa. Se ci fossero due aggettivi coi quali mi vorrei descrivere, probabilmente questi sarebbero quelli che mi sembrerebbero più positivamente pertinenti alla mia idea di me. Poi, indubbiamente c’è chi mi descriverà come dipendente e banale, ma non necessariamente anch’essi sono il ribaltamento degli altri. Sono semplicemente altro. Un’altra versione di me, che sicuramente esiste se qualcuno l’avrà ravvista: siamo quello che pensiamo di essere o siamo quello che pensano che siamo? Io penso entrambe le cose. Quanto esseri pensanti noi siamo, agiamo, ci siamo noi qui dentro il nostro cervello e siamo noi a decidere le nostre azioni, a dirigerle verso gli scopi che la nostra ragione ci prefigge. Ma allo stesso tempo, noi siamo anche in quanto soggetti agiti, passive comparse delle vite degli altri, che possono modificare il loro agire anche in base alle nostre volontà, oppure in quanto non solo esseri pensanti ma in quanto esseri sociali dotati di linguaggio, le possiamo concordare le nostre azioni, renderle tutt’uno per dare vita a qualcosa di più grande, come le stelle che formano lo scintillìo d’una galassia o le cellule che si uniscono a formare i tessuti.

Siamo esseri indipendenti e al tempo stesso ci agganciamo irrimediabilmente ai nostri simili.

In funzione di questo improbabile paradosso che sta alla base della socialità e dell’essere umano scaturiscono le mie riflessioni che concentrerò in questo blog.

Ciò che sarò, credo di poterlo creare in questo istante. Quello che già sono stata, a pezzi e bocconi ve lo racconterò, nel modo più soggettivo possibile ovviamente, visto che la mia vita non è una scienza esatta.

Parlerò qui di ogni punto che si aggancia alla mia vita, alla mia luna in acquario, persone, opere d’arte, film, musica, fatti, aneddoti, libri, viaggi, storie, per scoprire e per scoprirmi, idea che s’è fatta urgenza in breve tempo da un anno a questa parte.

Al prossimo post

 

E.