ambigui progetti di una ventiquattrenne all’orlo dei 25

ho ventiquattro anni ancora per poco. sono alla “svolta” del quarto di secolo, e non ho paura di invecchiare, quelle sono stronzate; non sono mai stata di quelle che danno dei “poverini” ai vecchi, perché li rispetto, perché penso che anche loro avranno pensato le stesse cose solo qualche decennio prima di me, e soprattutto perché ci vorrei arrivare io ad avere la loro età, tra qualche decennio.

quindi non c’entra questo, tempo ce n’è per fare tutto quello che voglio. il problema è gestirlo bene, impiegarlo al massimo.

è proprio questa indefinitezza a spaventare. “che cosa farò in tutti questi anni?”, mi chiedo, se avrò fortuna nel mio settore, il cinema, se troverò qualche idea a cui consacrare tutta me stessa, qualche bel film da girare.

nel mondo dei giovani è facile perdersi. tra feste in cui la felicità (che, vi giuro, è reale) sembra accessibile solo bevendo da una bottiglietta, tra relazioni in cui ci si vuole un grande bene ma si è troppo orgogliosi per dirlo e quindi si fanno degli errori irreparabili, tra ambizioni smodate, visioni che a volte ci si sente di avere e a volte proprio no, si vede solo il buio.

si vive per l’arte a venticinque anni e non credevo che sarebbe diventata la mia sorta di religione. non credevo che avrei potuto conoscere così tante cose solo attraverso la mia smodata curiosità.

si riscopre anche il paese da cui si proviene, a venticinque anni, dopo essersene andati di casa da due, in una città grande ma non troppo che tanto ti dà quanto ti fa mancare il posto da cui provieni. non credevo che si potesse provare una nostalgia così grande per una collina, per un paesaggio rosicato, per il cantare degli uccelli, per un fiume che scorre pacifico in estate e turbinoso in inverno. per una casa di campagna che comunque alla fine quando ci metto piede dentro mi fa sentire solo una grande malinconia.

e improvvisamente, un lampo d’idea che da sempre mi balena nella mente: vorrei fare un film sul mio paese d’origine. vorrei raccontarlo in modo sincero, attraverso i suoi abitanti, attraverso le sue leggende e i suoi luoghi. una storia toscana che secondo me dovrebbe essere raccontata così, semplicemente parlando con chi da sempre ci ha vissuto. l’idea mi era venuta parlando con mio nonno, che sempre mi ha raccontato storie su di sé e su questo paesino, e che a volte ho provato anche a intervistare, registrando i suoi discorsi. Ma nonno ci ha lasciati qui da soli qualche mese fa e le sue storie sento di doverle raccontare io, adesso.

non so se lo farò mai. cioè, se davvero racconterò Filettole un giorno o l’altro. ma averlo messo nero su bianco già mi fa stare meglio. per una persona che vive in città la campagna è così sfuggente, insieme ai suoi abitanti. E’ così distante. E quando ci sei dentro non te ne senti più veramente parte, perché ormai sei uscita da quello stato di natura che richiede l’abitare in campagna. Ritrovarlo adesso, per me, sarebbe importante.

ho ventiquattro anni ancora per poco.

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